Torquato Tasso - Opera Omnia >>  Gerusalemme liberata CANTO VI  <--   *  -->  CANTO VIII    
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CANTO SETTIMO

[ Riassunto ]


1

Intanto Erminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo scrta,
n pi governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor ch'in sua balia la porta,
ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
ed soverchio omai ch'altri la segua.

2

Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
che la fra perduta abbian di traccia,
nascosa in selva da gli aperti piani,
tal pieni d'ira e di vergogna in faccia
riedono stanchi i cavalier cristiani.
Ella pur fugge, e timida e smarrita
non si volge a mirar s'anco seguita.

3

Fugg tutta la notte, e tutto il giorno
err senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d'intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.
Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida,
giunse del bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiume, e qui si giacque.

4

Cibo non prende gi, ch de' suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;
ma 'l sonno, che de' miseri mortali
co 'l suo dolce oblio posa e quiete,
sop co' sensi i suoi dolori, e l'ali
dispieg sovra lei placide e chete;
n per cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.

5

Non si dest fin che garrir gli augelli
non sent lieti e salutar gli albori,
e mormorar il fiume e gli arboscelli,
e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.
Apre i languidi lumi e guarda quelli
alberghi solitari de' pastori,
e parle voce udir tra l'acqua e i rami
ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.

6

Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene,
che sembra ed di pastorali accenti
misto e di boscareccie inculte avene.
Risorge, e l s'indrizza a passi lenti,
e vede un uom canuto a l'ombre amene
tesser fiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

7

Vedendo quivi comparir repente
l'insolite arme, sbigottr costoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:
-- Seguite, -- dice -- aventurosa gente
al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
ch non portano gi guerra quest'armi
a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi. --

8

Soggiunse poscia: -- O padre, or che d'intorno
d'alto incendio di guerra arde il paese,
come qui state in placido soggiorno
senza temer le militari offese? --
-- Figlio, -- ei rispose -- d'ogni oltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
sempre qui fur, n strepito di Marte
ancor turb questa remota parte.

9

O sia grazia del Ciel che l'umiltade
d'innocente pastor salvi e sublime,
o che, s come il folgore non cade
in basso pian ma su l'eccelse cime,
cos il furor di peregrine spade
sol de' gran re l'altere teste opprime,
n gli avidi soldati a preda alletta
la nostra povert vile e negletta.

10

Altrui vile e negletta, a me s cara
che non bramo tesor n regal verga,
n cura o voglia ambiziosa o avara
mai nel tranquillo del mio petto alberga.
Spengo la sete mia ne l'acqua chiara,
che non tem'io che di venen s'asperga,
e questa greggia e l'orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.

11

Ch poco il desiderio, e poco il nostro
bisogno onde la vita si conservi.
Son figli miei questi ch'addito e mostro,
custodi de la mandra, e non ho servi.
Cos me 'n vivo in solitario chiostro,
saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
ed i pesci guizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.

12

Tempo gi fu, quando pi l'uom vaneggia
ne l'et prima, ch'ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;
e fuggii dal paese a me natio,
e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
fra i ministri del re fui posto anch'io,
e bench fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l'inique corti.

13

Pur lusingato da speranza ardita
soffrii lunga stagion ci che pi spiace;
ma poi ch'insieme con l'et fiorita
manc la speme e la baldanza audace,
piansi i riposi di quest'umil vita
e sospirai la mia perduta pace,
e dissi; `O corte, a Dio.' Cos, a gli amici
boschi tornando, ho tratto i d felici. --

14

Mentre ei cos ragiona, Erminia pende
da la soave bocca intenta e cheta;
e quel saggio parlar, ch'al cor le scende,
de' sensi in parte le procelle acqueta.
Dopo molto pensar, consiglio prende
in quella solitudine secreta
insino a tanto almen farne soggiorno
ch'agevoli fortuna il suo ritorno.

15

Onde al buon vecchio dice: -- O fortunato,
ch'un tempo conoscesti il male a prova,
se non t'invidii il Ciel s dolce stato,
de le miserie mie piet ti mova;
e me teco raccogli in cos grato
albergo ch'abitar teco mi giova.
Forse fia che 'l mio core infra quest'ombre
del suo peso mortal parte disgombre.

16

Ch se di gemme e d'or, che 'l vulgo adora
s come idoli suoi, tu fossi vago,
potresti ben, tante n'ho meco ancora,
renderne il tuo desio contento e pago. --
Quinci, versando da' begli occhi fora
umor di doglia cristallino e vago,
parte narr di sue fortune, e intanto
il pietoso pastor pianse al suo pianto.

17

Poi dolce la consola e s l'accoglie
come tutt'arda di paterno zelo,
e la conduce ov' l'antica moglie
che di conforme cor gli ha data il Cielo.
La fanciulla regal di rozze spoglie
s'ammanta, e cinge al crin ruvido velo;
ma nel moto de gli occhi e de le membra
non gi di boschi abitatrice sembra.

18

Non copre abito vil la nobil luce
e quanto in lei d'altero e di gentile,
e fuor la maest regia traluce
per gli atti ancor de l'essercizio umile.
Guida la greggia a i paschi e la riduce
con la povera verga al chiuso ovile,
e da l'irsute mamme il latte preme
e 'n giro accolto poi lo strige insieme.

19

Sovente, allor che su gli estivi ardori
giacean le pecorelle a l'ombra assise,
ne la scorza de' faggi e de gli allori
segn l'amato nome in mille guise,
e de' suoi strani ed infelici amori
gli aspri successi in mille piante incise,
e in rileggendo poi le proprie note
rig di belle lagrime le gote.

20

Indi dicea piangendo: -- In voi serbate
questa dolente istoria, amiche piante;
perch se fia ch'a le vostr'ombre grate
giamai soggiorni alcun fedele amante,
senta svegliarsi al cor dolce pietate
de le sventure mie s varie e tante,
e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
di Fortuna ed Amore a s gran fede!'

21

Forse averr, se 'l Ciel benigno ascolta
affettuoso alcun prego mortale,
che venga in queste selve anco tal volta
quegli a cui di me forse or nulla cale;
e rivolgendo gli occhi ove sepolta
giacer questa spoglia inferma e frale,
tardo premio conceda a i miei martri
di poche lagrimette e di sospiri;

22

onde se in vita il cor misero fue,
sia lo spirito in morte almen felice,
e 'l cener freddo de le fiamme sue
goda quel ch'or godere a me non lice. --
Cos ragiona a i sordi tronchi, e due
fonti di pianto da' begli occhi elice.
Tancredi intanto, ove fortuna il tira
lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.

23

Egli, seguendo le vestigia impresse
rivolse il corso a la selva vicina;
ma quivi da le piante orride e spesse
nera e folta cos l'ombra dechina
che pi non pu raffigurar tra esse
l'orme novelle, e 'n dubbio oltre camina,
porgendo intorno pur l'orecchie intente
se calpestio, se romor d'armi sente.

24

E se pur la notturna aura percote
tenera fronde mai d'olmo o di faggio,
o se fra od augello un ramo scote,
tosto a quel picciol suon drizza il viaggio.
Esce al fin de la selva, e per ignote
strade il conduce de la luna il raggio
verso un romor che di lontano udiva,
insin che giunse al loco ond'egli usciva.

25

Giunse dove sorgean da vivo sasso
in molta copia chiare e lucide onde,
e fattosene un rio volgeva a basso
lo strepitoso pi tra verdi sponde.
Quivi egli ferma addolorato il passo
e chiama, e sola a i gridi Ecco risponde;
e vede intanto con serene ciglia
sorger l'aurora candida e vermiglia.

26

Geme cruccioso, e 'ncontra il Ciel si sdegna
che sperata gli neghi alta ventura;
ma de la donna sua, quand'ella vegna
offesa pur, far la vendetta giura.
Di rivolgersi al campo al fin disegna,
bench la via trovar non s'assecura,
ch gli sovien che presso il d prescritto
che pugnar de co 'l cavalier d'Egitto.

27

Partesi, e mentre va per dubbio calle
ode un corso appressar ch'ognor s'avanza,
ed al fine spuntar d'angusta valle
vede uom che di corriero avea sembianza.
Scotea mobile sferza, e da le spalle
pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
Chiede Tancredi a lui per quale strada
al campo de' cristiani indi si vada.

28

Quegli italico parla: -- Or l m'invio
dove m'ha Boemondo in fretta spinto. --
Segue Tancredi lui che del gran zio
messaggio stima, e crede al parlar finto.
Giungono al fin l dove un sozzo e rio
lago impaluda, ed un castel n' cinto,
ne la stagion che 'l sol par che s'immerga
ne l'ampio nido ove la notte alberga.

29

Suona il corriero in arrivando il corno,
e tosto gi calar si vede un ponte:
-- Quando latin sia tu, qui far soggiorno
potrai -- gli dice -- in fin che 'l sol rimonte,
ch questo loco, e non il terzo giorno,
tolse a i pagani di Cosenza il conte. --
Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte
inespugnabil fanno il sito e l'arte.

30

Dubita alquanto poi ch'entro s forte
magione alcuno inganno occulto giaccia;
ma come avezzo a i rischi de la morte,
motto non fanne, e no 'l dimostra in faccia,
ch'ovunque il guidi elezione o sorte,
vuol che securo la sua destra il faccia.
Pur l'obligo ch'egli ha d'altra battaglia
fa che di nova impresa or non gli caglia;

31

s ch'incontra al castello, ove in un prato
il curvo ponte si distende e posa,
ritiene alquanto il passo, ed invitato
non segue la sua scorta insidiosa.
Su 'l ponte intanto un cavaliero armato
con sembianza apparia fera e sdegnosa,
ch'avendo ne la destra il ferro ignudo
in suon parlava minaccioso e crudo:

32

-- O tu, che (siasi tua fortuna o voglia)
al paese fatal d'Armida arrive,
pensi indarno al fuggir; or l'arme spoglia,
e porgi a i lacci suoi le man cattive,
ed entra pur ne la guardata soglia
con queste leggi ch'ella altrui prescrive,
n pi sperar di riveder il cielo
per volger d'anni o per cangiar di pelo,

33

se non giuri d'andar con gli altri sui
contra ciascun che da Gies s'appella. --
S'affisa a quel parlar Tancredi in lui
e riconosce l'arme e la favella.
Rambaldo di Guascogna era costui
che part con Armida, e sol per ella
pagan si fece e difensor divenne
di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.

34

Di santo sdegno il pio guerrier si tinse
nel volto, e gli rispose: -- Empio fellone,
quel Tancredi son io che 'l ferro cinse
per Cristo sempre, e fui di lui campione;
e in sua virtute i suoi rubelli vinse,
come vuo' che tu vegga al paragone,
ch da l'ira del Ciel ministra eletta
questa destra a far in te vendetta. --

35

Turbossi udendo il glorioso nome
l'empio guerriero, e scolorissi in viso.
Pur celando il timor, gli disse: -- Or come,
misero, vieni ove rimanga ucciso?
Qui saran le tue forze oppresse e dome,
e questo altero tuo capo reciso;
e manderollo a i duci franchi in dono,
s'altro da quel che soglio oggi non sono. --

36

Cos dicea il pagano; e perch il giorno
spento era omai s che vedeasi a pena,
apparr tante lampade d'intorno
che ne fu l'aria lucida e serena.
Splende il castel come in teatro adorno
suol fra notturne pompe altera scena,
ed in eccelsa parte Armida siede,
onde senz'esser vista e ode e vede.

37

Il magnanimo eroe fra tanto appresta
a la fera tenzon l'arme e l'ardire,
n su 'l debil cavallo assiso resta
gi veggendo il nemico a pi venire.
Vien chiuso ne lo scudo e l'elmo ha in testa,
la spada nuda, e in atto di ferire.
Gli move incontra il principe feroce
con occhi torvi e con terribil voce.

38

Quegli con larghe rote aggira i passi
stretto ne l'arme, e colpi accenna e finge;
questi, se ben ha i membri infermi e lassi,
va risoluto e gli s'appressa e stringe,
e l donde Rambaldo a dietro fassi
velocissimamente egli si spinge,
e s'avanza e l'incalza, e fulminando
spesso a la vista gli dirizza il brando.

39

E pi ch'altrove impetuoso fre
ove pi di vital form natura,
a le percosse le minaccie altere
accompagnando, e 'l danno a la paura.
Di qua di l si volge, e sue leggiere
membra il presto guascone a i colpi fura,
e cerca or con lo scudo or con la spada
che 'l nemico furore indarno cada;

40

ma veloce a lo schermo ei non tanto
che pi l'altro non sia pronto a l'offese.
Gi spezzato lo scudo e l'elmo infranto
e forato e sanguigno avea l'arnese,
e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto
impiagasse il nemico anco non scese;
e teme, e gli rimorde insieme il core
sdegno, vergogna, conscienza, amore.

41

Disponsi al fin con disperata guerra
far prova omai de l'ultima fortuna.
Gitta lo scudo, e a due mani afferra
la spada ch' di sangue ancor digiuna;
e co 'l nemico suo si stringe e serra
e cala un colpo, e non v' piastra alcuna
che gli resista s che grave angoscia
non dia piagando a la sinistra coscia.

42

E poi su l'ampia fronte il ripercote
s ch'il picchio rimbomba in suon di squilla;
l'elmo non fende gi, ma lui ben scote,
tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla.
Infiamma d'ira il principe le gote,
e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;
e fuor de la visiera escono ardenti
gli sguardi, e insieme lo stridor de' denti.

43

Il perfido pagan gi non sostiene
la vista pur di s feroce aspetto.
Sente fischiare il ferro, e tra le vene
gi gli sembra d'averlo e in mezzo al petto.
Fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene
dove un pilastro contra il ponte eretto;
ne van le scheggie e le scintille al cielo,
e passa al cor del traditor un gelo,

44

onde al ponte rifugge, e sol nel corso
de la salute sua pone ogni speme.
Ma 'l seguita Tancredi, e gi su 'l dorso
la man gli stende e 'l pi co 'l pi gli preme,
quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)
sparir le faci ed ogni stella insieme,
n rimaner a l'orba notte alcuna,
sotto povero ciel, luce di luna.

45

Fra l'ombre de la notte e de gli incanti
il vincitor no 'l segue pi n 'l vede,
n pu cosa vedersi a lato o inanti,
e muove dubbio e mal securo il piede.
Su l'entrare d'un uscio i passi erranti
a caso mette, n d'entrar s'avede,
ma sente poi che suona a lui di dietro
la porta, e 'n loco il serra oscuro e tetro.

46

Come il pesce col dove impaluda
ne i seni di Comacchio il nostro mare,
fugge da l'onda impetuosa e cruda
cercando in placide acque ove ripare,
e vien che da se stesso ei si rinchiuda
in palustre prigion n pu tornare,
ch quel serraglio con mirabil uso
sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso;

47

cos Tancredi allor, qual che si fosse
de l'estrania prigion l'ordigno e l'arte,
entr per se medesmo, e ritrovosse
poi l rinchiuso ov'uom per s non parte.
Ben con robusta man la porta scosse,
ma fur le sue fatiche indarno sparte,
e voce intanto ud che: -- Indarno -- grida
-- uscir procuri, o prigionier d'Armida.

48

Qui menerai (non temer gi di morte)
nel sepolcro de' vivi i giorni e gli anni. --
Non risponde, ma preme il guerrier forte
nel cor profondo i gemiti e gli affanni,
e fra se stesso accusa Amor, la sorte,
la sua schiocchezza e gli altrui feri inganni;
e talor dice in tacite parole:
-- Leve perdita fia perdere il sole,

49

ma di pi vago sol pi dolce vista,
misero! i' perdo, e non so gi se mai
in loco torner che l'alma trista
si rassereni a gli amorosi rai. --
Poi gli sovien d'Argante, e pi s'attrista
e: -- Troppo -- dice -- al mio dover mancai;
ed ragion ch'ei mi disprezzi e scherna!
O mia gran colpa! o mia vergogna eterna! --

50

Cos d'amor, d'onor cura mordace
quinci e quindi al guerrier l'animo rode.
Or mentre egli s'affligge, Argante audace
le molli piume di calcar non gode;
tanto nel crudo petto odio di pace,
cupidigia di sangue, amor di lode,
che, de le piaghe sue non sano ancora,
brama che 'l sesto d porti l'aurora.

51

La notte che precede, il pagan fero
a pena inchina, per dormir la fronte;
e sorge poi che 'l cielo anco s nero
che non d luce in su la cima al monte.
-- Recami -- grida -- l'arme -- al suo scudiero,
ed esso aveale apparecchiate e pronte:
non le solite sue, ma dal re sono
dategli queste, e prezioso il dono.

52

Senza molto mirarle egli le prende
n dal gran peso la persona onusta,
e la solita spada al fianco appende,
ch' di tempra finissima e vetusta.
Qual con le chiome sanguinose orrende
splender cometa suol per l'aria adusta,
che i regni muta e i feri morbi adduce,
a i purpurei tiranni infausta luce;

53

tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte
volge le luci ebre di sangue e d'ira.
Spirano gli atti feri orror di morte,
e minaccie di morte il volto spira.
Alma non cos secura e forte
che non paventi, ove un sol guardo gira.
Nuda ha la spada e la solleva e scote
gridando, e l'aria e l'ombre in van percote.

54

-- Ben tosto -- dice -- il predator cristiano,
ch'audace s ch'a me vuole agguagliarsi,
cader vinto e sanguinoso al piano,
bruttando ne la polve i crini sparsi;
e vedr vivo ancor da questa mano
ad onta del suo Dio l'arme spogliarsi,
n morendo impetrar potr co' preghi
ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi. --

55

Non altramente il tauro, ove l'irriti
geloso amor co' stimuli pungenti,
orribilmente mugge, e co' muggiti
gli spirti in s risveglia e l'ire ardenti,
e 'l corno aguzza a i tronchi, e par ch'inviti
con vani colpi a la battaglia i venti:
sparge co 'l pi l'arena, e 'l suo rivale
da lunge sfida a guerra aspra e mortale.

56

Da s fatto furor commosso, appella
l'araldo; e con parlar tronco gli impone:
-- Vattene al campo, e la battaglia fella
nunzia a colui ch' di Gies campione. --
Quinci alcun non aspetta e monta in sella,
e fa condursi inanzi il suo prigione;
esce fuor de la terra, e per lo colle
in corso vien precipitoso e folle.

57

D fiato intanto al corno, e n'esce un suono
che d'ogn'intorno orribile s'intende
e 'n guisa pur di strepitoso tuono
gli orecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.
Gi i principi cristiani accolti sono
ne la tenda maggior de l'altre tende:
qui fe' l'araldo sue disfide e incluse
Tancredi pria, n per gli altri escluse.

58

Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi
volge con mente allor dubbia e sospesa,
n, perch molto pensi e molto guardi,
atto gli s'offre alcuno a tanta impresa.
Vi manca il fior de' suoi guerrier gagliardi:
di Tancredi non s' novella intesa,
e lunge Boemondo, ed ito in bando
l'invitto eroe ch'uccise il fier Gernando.

59

Ed oltre i diece che fur tratti a sorte,
i migliori del campo e i pi famosi
segur d'Armida le fallaci scorte,
sotto il silenzio de la notte ascosi.
Gli altri di mano e d'animo men forte
taciti se ne stanno e vergognosi,
n vi chi cerchi in s gran rischio onore,
ch vinta la vergogna dal timore.

60

Al silenzio, a l'aspetto, ad ogni segno,
di lor temenza il capitan s'accorse,
e tutto pien di generoso sdegno
dal loco ove sedea repente sorse,
e disse: -- Ah! ben sarei di vita indegno
se la vita negassi or porre in forse,
lasciando ch'un pagan cos vilmente
calpestasse l'onor di nostra gente!

61

Sieda in pace il mio campo, e da secura
parte miri ozioso il mio periglio.
Su su, datemi l'arme; -- e l'armatura
gli fu recata in un girar di ciglio.
Ma il buon Raimondo, che in et matura
parimente maturo avea il consiglio,
e verdi ancor le forze a par di quanti
erano quivi, allor si trasse avanti,

62

e disse a lui rivolto: -- Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
Duce sei tu, non semplice guerriero:
publico fra e non privato il lutto.
In te la f s'appoggia e 'l santo impero,
per te fia il regno di Babl distrutto.
Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.

63

Ed io, bench'a gir curvo mi condanni
la grave et, non fia che ci ricusi.
Schivino gli altri i marziali affanni,
me non vuo' gi che la vecchiezza scusi.
Oh! foss'io pur su 'l mio vigor de gli anni
qual ste or voi, che qui temendo chiusi
vi state e non vi move ira o vergogna
contra lui che vi sgrida e vi rampogna,

64

e quale allora fui, quando al cospetto
di tutta la Germania, a la gran corte
del secondo Corrado, apersi il petto
al feroce Leopoldo e 'l posi a morte!
E fu d'alto valor pi chiaro effetto
le spoglie riportar d'uom cos forte,
che s'alcun or fugasse inerme e solo
di questa ignobil turba un grande stuolo.

65

Se fosse in me quella virt, quel sangue,
di questo alter l'orgoglio avrei gi spento.
Ma qualunque io mi sia, non per langue
il core in me, n vecchio anco pavento,
E s'io pur rimarr nel campo essangue,
n il pagan di vittoria andr contento.
Armarmi i' vuo': sia questo il d ch'illustri
con novo onor tutti i miei scorsi lustri. --

66

Cos parla il gran vecchio, e sproni acuti
son le parole, onde virt si desta.
Quei che fur prima timorosi e muti
hanno la lingua or baldanzosa e presta.
N sol non v' che la tenzon rifiuti,
ma ella omai da molti a prova chiesta:
Baldovin la domanda, e con Ruggiero
Guelfo, i due Guidi, e Stefano e Gerniero,

67

e Pirro, quel che fe' il lodato inganno
dando Antiochia presa a Boemondo;
ed a prova richiesta anco ne fanno
Eberardo, Ridolfo e 'l pro' Rosmondo,
un di Scozia, un d'Irlanda, ed un britanno,
terre che parte il mar dal nostro mondo;
e ne son parimente anco bramosi
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi.

68

Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio
se ne dimostra cupido ed ardente.
Armato gi; sol manca a l'apparecchio
de gli altri arnesi il fino elmo lucente.
A cui dice Goffredo: -- O vivo specchio
del valor prisco, in te la nostra gente
miri e virt n'apprenda: in te di Marte
splende l'onor, la disciplina e l'arte.

69

Oh! pur avessi fra l'etade acerba
diece altri di valor al tuo simle,
come ardirei vincer Babl superba
e la Croce spiegar da Battro a Tile.
Ma cedi or, prego, e te medesmo serba
a maggior opre e di virt senile.
Pongansi poi tutti i nomi in un vaso
come l'usanza, e sia giudice il caso;

70

anzi giudice Dio, de le cui voglie
ministra e serva la fortuna e 'l fato. --
Ma non per dal suo pensier si toglie
Raimondo, e vuol anch'egli esser notato.
Ne l'elmo suo Goffredo i brevi accoglie;
e poi che l'ebbe scosso ed agitato,
nel primo breve che di l traesse,
del conte di tolosa il nome lesse.

71

Fu il nome suo con lieto grido accolto,
n di biasmar la sorte alcun ardisce.
Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto
riempie; e cos allor ringiovenisce
qual serpe fier che in nove spoglie avolto
d'oro fiammeggi e 'ncontra il sol si lisce.
Ma pi d'ogn'altro il capitan gli applaude
e gli annunzia vittoria, e gli d laude.

72

E la spada togliendosi dal fianco,
e porgendola a lui, cos dicea:
-- Questa la spada che 'n battaglia il franco
rubello di Sassonia oprar solea,
ch'io gi gli tolsi a forza, e gli tolsi anco
la vita allor di mille colpe rea;
questa, che meco ognor fu vincitrice,
prendi, e sia cos teco ora felice. --

73

Di loro indugio intanto quell'altero
impaziente, e li minaccia e grida:
-- O gente invitta, o popolo guerriero
d'Europa, un uomo solo che vi sfida.
Venga Tancredi omai che par s fero,
se ne la sua virt tanto si fida;
o vuol, giacendo in piume, aspettar forse
la notte ch'altre volte a lui soccorse?

74

Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo
venite insieme, o cavalieri, o fanti,
poi che di pugnar meco a solo a solo
non v' fra mille schiere uom che si vanti.
Vedete l il sepolcro ove il figliuolo
di Maria giacque: or ch non gite avanti?
ch non sciogliete i voti? Ecco la strada!
A qual serbate uopo maggior la spada? --

75

Con tali scherni il saracin atroce
quasi con dura sferza altrui percote,
ma pi ch'altri Raimondo a quella voce
s'accende, e l'onte sofferir non pote.
La virt stimolata pi feroce,
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,
s che tronca gli indugi e preme il dorso
del suo Aquilino, a cui di 'l nome il corso.

76

Questo su 'l Tago nacque, ove talora
l'avida madre del guerriero armento,
quando l'alma stagion che n'innamora
nel cor le instiga il natural talento,
volta l'aperta bocca incontra l'ra,
raccoglie i semi del fecondo vento,
e de' tepidi fiati (o meraviglia!)
cupidamente ella concipe e figlia.

77

E ben questo Aquilin nato diresti
di quale aura del ciel pi lieve spiri,
o se veloce s ch'orma non resti
stendere il corso per l'arena il miri,
o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti
a destra ed a sinistra angusti giri.
Sovra tal corridore il conte assiso
move a l'assalto, e volge al cielo il viso:

78

-- Signor, tu che drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte in Terebinto,
s ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,
al primo sasso d'un garzone estinto;
tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)
questo fellon da me percosso e vinto,
e debil vecchio or la superbia opprima
come debil fanciul l'oppresse in prima. --

79

Cos pregava il conte, e le preghiere
mosse dalla speranza in Dio secura
s'alzr volando a le celesti spere,
come va foco al ciel per sua natura.
L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere
de l'essercito suo tolse a la cura
un che 'l difenda, e sano e vincitore
da le man di quell'empio il tragga fuore.

80

L'angelo, che fu gi custode eletto
da l'alta Providenza al buon Raimondo
insin dal primo d che pargoletto
se 'n venne a farsi peregrin del mondo,
or che di novo il Re del Ciel gli ha detto
che prenda in s de la difesa il pondo,
ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste
divina tutte son l'arme riposte.

81

Qui l'asta si conserva onde il serpente
percosso giacque, e i gran fulminei strali,
e quegli ch'invisibili a la gente
portan l'orride pesti e gli altri mali;
e qui sospeso in alto il gran tridente,
primo terror de' miseri mortali
quando egli avien che i fondamenti scota
de l'ampia terra, e le citt percota.

82

Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimo diamante,
grande che pu coprir genti e paesi
quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
e sogliono da questo esser difesi
principi giusti e citt caste e sante.
Questo l'angelo prende, e vien con esso
occultamente al suo Raimondo appresso.

83

Piene intanto le mura eran gi tutte
di varia turba, e 'l barbaro tiranno
manda Clorinda e molte genti instrutte,
che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.
Da l'altro lato in ordine ridutte
alcune schiere di cristiani stanno,
e largamente a' duo campioni il campo
vto riman fra l'uno e l'altro campo.

84

Mirava Argante, e non vedea Tancredi,
ma d'ignoto campion sembianze nove.
Fecesi il conte inanzi, e: -- Quel che chiedi,
-- disse a lui -- per tua ventura altrove.
Non superbir per, ch me qui vedi
apparecchiato a riprovar tue prove,
ch'io di lui posso sostener la vice
o venir come terzo a me qui lice. --

85

Ne sorride il superbo, e gli risponde:
-- Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde
fidando sol ne' suoi fugaci passi;
ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,
ch non fia loco ove securo il lassi. --
-- Menti -- replica l'altro -- a dir ch'uom tale
fugga da te, ch'assai di te pi vale. --

86

Freme il circasso irato, e dice: -- Or prendi
del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;
e tosto e' si parr come difendi
l'alta follia del temerario detto. --
Cos mossero in giostra, e i colpi orrendi
parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
e 'l buon Raimondo ove mir scontrollo,
n dar gli fece ne l'arcion pur crollo.

87

Da l'altra parte il fero Argante corse
(fallo insolito a lui) l'arringo in vano,
ch 'l difensor celeste il colpo torse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labra il crudo per furor si morse,
e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo
impetuoso al paragon secondo.

88

E 'l possente corsiero urta per dritto,
quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.
Schiva Raimondo l'urto, al lato dritto
piegando il corso, e 'l fre in fronte e passa.
Torna di novo il cavalier d'Egitto,
ma quegli pur di novo a destra il lassa,
e pur su l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre
ch l'elmo adamantine avea le tempre.

89

Ma il feroce pagan, che seco vle
pi stretta zuffa, a lui s'aventa e serra.
L'altro, ch'al peso di s vasta mole
teme d'andar co 'l suo destriero a terra,
qui cede, ed indi assale, e par che vle,
intorniando con girevol guerra,
e i lievi imperii il rapido cavallo
segue del freno, e non pone orma in fallo.

90

Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre
infra paludi posta o in alto monte,
mille aditi ritenta, e tutte scorre
l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte;
e poi che non pu scaglia d'arme trre
ch'armano il petto e la superba fronte,
fre i men forti arnesi, ed a la spada
cerca tra ferro e ferro aprir la strada.

91

Ed in due parti o in tre forate e fatte
l'arme nemiche ha gi tepide e rosse,
ed egli ancor le sue conserva intatte,
n di cimier, n d'un sol fregio scosse.
Argante indarno arrabbia, a vto batte
e spande senza pro l'ire e le posse;
non si stanca per, ma raddoppiando
va tagli e punte e si rinforza errando.

92

Al fin tra mille colpi il saracino
cala un fendente, e 'l conte cos presso
che forse il velocissimo Aquilino
non sottraggeasi e rimaneane oppresso;
ma l'aiuto invisibile vicino
non manc lui di quel superno messo,
che stese il braccio e tolse il ferro crudo
sovra il diamante del celeste scudo.

93

Fragile il ferro allor (ch non resiste
di fucina mortal tempra terrena
ad armi incorrottibili ed immiste
d'eterno fabro) e cade in su l'arena.
Il circasso, ch'andarne a terra ha viste
minutissime parti, il crede a pena;
stupisce poi, scorta la mano inerme,
ch'arme il campion nemico abbia s ferme;

94

e ben rotta la spada aver si crede
su l'altro scudo, onde colui difeso,
e 'l buon Raimondo ha la medesma fede,
ch non sa gi chi sia dal ciel disceso.
Ma per ch'egli disarmata vede
la man nemica, si riman sospeso,
ch stima ignobil palma e vili spoglie
quelle ch'altrui con tal vantaggio toglie.

95

-- Prendi -- volea gi dirgli -- un'altra spada -- ,
quando novo pensier nacque nel core,
ch'alto scorno de' suoi dove egli cada,
che di publica causa difensore.
Cos n indegna a lui vittoria aggrada,
n in dubbio vuol porre il comune onore.
Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia
il pomo e l'else a la nemica guancia,

96

e in quel tempo medesmo il destrier punge
e per venirne a lotta oltra si caccia.
La percossa lanciata a l'elmo giunge,
s che ne pesta al tolosan la faccia;
ma per nulla sbigottisce, e lunge
ratto si svia da le robuste braccia,
ed impiaga la man ch'a dar di piglio
venia pi fera che ferino artiglio.

97

Poscia gira da questa a quella parte,
e rigirasi a questa indi da quella;
e sempre, e dove riede e donde parte,
fre il pagan d'aspra percossa e fella.
Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte,
quanto pu sdegno antico, ira novella,
a danno del circasso or tutto aduna,
e seco il Ciel congiura e la fortuna.

98

Quei di fine arme e di se stesso armato,
a i gran colpi resiste e nulla pave;
e par senza governo in mar turbato,
rotte vele ed antenne, eccelsa nave,
che pur contesto avendo ogni suo lato
tenacemente di robusta trave,
sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
non mostra ancor, n si dispera in tutto.

99

Argante, il tuo periglio allor tal era,
quando aiutarti Belzeb dispose.
Questi di cava nube ombra leggiera
(mirabil mostro) in forma d'uom compose;
e la sembianza di Clorinda altera
gli finse, e l'arme ricche e luminose:
diegli il parlare e senza mente il noto
suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.

100

Il simulacro ad Oradin, esperto
sagittario famoso, andonne e disse:
-- O famoso Oradin, ch'a segno certo,
come a te piace, le quadrella affisse,
ah! gran danno saria s'uom di tal merto,
difensor di Giudea, cos morisse,
e di sue spoglie il suo nemico adorno
securo ne facesse a i suoi ritorno.

101

Qui fa' prova de l'arte, e le saette
tingi, nel sangue del ladron francese,
ch'oltra il perpetuo onor vuo' che n'aspette
premio al gran fatto egual dal re cortese. --
Cos parl, n quegli in dubbio stette,
tosto che 'l suon de le promesse intese;
da la grave faretra un quadrel prende
e su l'arco l'adatta, e l'arco tende.

102

Sibila il teso nervo, e fuore spinto
vola il pennuto stral per l'aria e stride,
ed a percoter va dove del cinto
si congiungon le fibbie e le divide;
passa l'usbergo, e in sangue a pena tinto
qui su si ferma e sol la pelle incide,
ch 'l celeste guerrier soffrir non volse
ch'oltra passasse, e forza al colpo tolse.

103

Da l'usbergo lo stral si tragge il conte
ed ispicciarne fuori il sangue vede;
e con parlar pien di minaccie ed onte
rimprovera al pagan la rotta fede.
Il capitan, che non torcea la fronte
da l'amato Raimondo, allor s'avede
che violato il patto, e perch grave
stima la piaga, ne sospira e pave;

104

e con la fronte le sue genti altere
e con la lingua a vendicarlo desta.
Vedi tosto inchinar gi le visiere,
lentare i freni e por le lancie in resta,
e quasi in un sol punto alcune schiere
da quella parte moversi e da questa.
Sparisce il campo, e la minuta polve
con densi globi al ciel s'inalza e volve.

105

D'elmi e scudi percossi e d'aste infrante
ne' primi scontri un gran romor s'aggira.
L giacere un cavallo, e girne errante
un altro l senza rettor si mira;
qui giace un guerrier morto, e qui spirante
altri singhiozza e geme, altri sospira.
Fera la pugna, e quanto pi si mesce
e stringe insieme, pi s'inaspra e cresce.

106

Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,
e toglie ad un guerrier ferrata mazza;
e rompendo lo stuol calcato e folto,
la rota intorno e si fa larga piazza.
E sol cerca Raimondo, e in lui sol vlto
ha il ferro e l'ira impetuosa e pazza,
e quasi avido lupo ei par che brame
ne le viscere sue pascer la fame.

107

Ma duro ad impedir viengli il sentiero
e fero intoppo, acci che 'l corso ei tardi.
Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero
di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.
Non cessa, non s'allenta, anzi pi fero
quanto ristretto pi da que' gagliardi,
s come a forza da rinchiuso loco
se n'esce e move alte ruine il foco.

108

Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra
Ruggiero infra gli estinti egro e languente,
ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra
d'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente.
Mentre in virt di lui pari la guerra
si mantenea fra l'una e l'altra gente,
il buon duce Buglion chiama il fratello,
ed a lui dice: -- Or movi il tuo drapello,

109

e l dove battaglia pi mortale
vattene ad investir nel lato manco. --
Quegli si mosse, e fu lo scontro tale
ond'egli urt de gli nemici al fianco,
che parve il popol d'Asia imbelle e frale,
n pot sostener l'impeto franco,
che gli ordini disperde, e co' destrieri
l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.

110

Da l'impeto medesmo in fuga vlto
il destro corno; e non v' alcun che faccia
fuor ch'Argante difesa, a freno sciolto
cos il timor precipiti li caccia.
Egli sol ferma il passo e mostra il volto,
n chi con mani cento e cento braccia
cinquanta scudi insieme ed altrettante
spade movesse, or pi faria d'Argante.

111

Ei gli stocchi e le mazze, egli de l'aste
e de' corsieri l'impeto sostenta;
e solo par che 'ncontra tutti baste,
ed ora a questo ed ora a quel s'aventa.
Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste,
e sudor versa e sangue, e par no 'l senta.
Ma cos l'urta il popol denso e 'l preme
ch'al fin lo svolge e seco il porta insieme.

112

Volge il tergo a la forza ed al furore
di quel diluvio che 'l rapisce e 'l tira;
ma non gi d'uom che fugga ha i passi e 'l core,
s'a l'opre de la mano il cor si mira.
Serbano ancora gli occhi il lor terrore
e le minaccie de la solita ira;
e cerca ritener con ogni prova
la fuggitiva turba, e nulla giova.

113

Non pu far quel magnanimo ch'almeno
sia lor fuga pi tarda e pi raccolta,
ch non ha la paura arte n freno,
n pregar qui n comandar s'ascolta.
Il pio Buglion, ch'i suoi pensieri a pieno
vede fortuna a favorir rivolta,
segue de la vittoria il lieto corso
e invia novello a i vincitor soccorso.

114

E se non che non era il d che scritto
Dio ne gli eterni suoi decreti avea,
quest'era forse il d che 'l campo invitto
de le sante fatiche al fin giungea.
Ma la schiera infernal, ch'in quel conflitto
la tirannide sua cader vedea,
sendole ci permesso, in un momento
l'aria in nube ristrinse e mosse il vento.

115

Da gli occhi de' mortali un negro velo
rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi
negro via pi ch'orror d'inferno il cielo,
cos fiammeggia infra baleni e lampi.
Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo
si versa, e i paschi abbatte e inonda i campi.
Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli
non pur le quercie ma le rocche e i colli.

116

L'acqua in un tempo, il vento e la tempesta
ne gli occhi a i Franchi impetuosa fre,
e l'improvisa violenza arresta
con un terror quasi fatal le schiere.
La minor parte d'esse accolta resta
(ch veder non le puote) a le bandiere.
Ma Clorinda, che quindi alquanto lunge
prende opportuno il tempo e 'l destrier punge.

117

Ella gridava a i suoi: -- Per noi combatte,
compagni, il Cielo, e la giustizia aita;
da l'ira sua le faccie nostre intatte
sono, e non la destra indi impedita,
e ne la fronte solo irato ei batte
de la nemica gente impaurita,
e la scote de l'arme, e de la luce
la priva: andianne pur, ch 'l fato duce. --

118

Cos spinge le genti, e ricevendo
sol nelle spalle l'impeto d'inferno,
urta i Francesi con assalto orrendo,
e i vani colpi lor si prende a scherno.
Ed in quel tempo Argante anco volgendo
fa de' gi vincitor aspro governo,
e quei lasciando il campo a tutto corso
volgono al ferro, a le procelle il dorso.

119

Percotono le spalle a i fuggitivi
l'ire immortali e le mortali spade,
e 'l sangue corre e fa, commisto a i rivi
de la gran pioggia, rosseggiar le strade.
Qui tra 'l vulgo de' morti e de' mal vivi
e Pirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;
e toglie a questo il fier circasso l'alma,
e Clorinda di quello ha nobil palma.

120

Cos fuggiano i Franchi, e di lor caccia
non rimaneano i Siri anco o i demoni.
Sol contra l'arme e contra ogni minaccia
di granuole, di turbini e di tuoni
volgea Goffredo la secura faccia,
rampognando aspramente i suoi baroni;
e, fermo anzi la porta il gran cavallo,
le genti sparse raccogliea nel vallo.

121

E ben due volte il corridor sospinse
contra il feroce Argante e lui ripresse,
ed altrettante il nudo ferro spinse
dove le turbe ostili eran pi spesse;
al fin con gli altri insieme ei si ristrinse
dentro a i ripari, e la vittoria cesse.
Tornano allora i saracini, e stanchi
restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.

122

N quivi ancor de l'orride procelle
ponno a pieno schivar la forza e l'ira,
ma sono estinte or queste faci or quelle,
e per tutto entra l'acqua e 'l vento spira.
Squarcia le tele e spezza i pali, e svelle
le tende intere e lunge indi le gira;
la pioggia a i gridi, a i venti, a i tuon s'accorda
d'orribile armonia che 'l mondo assorda.


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Torquato Tasso - Gerusalemme liberata", a cura di Lanfranco Caretti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979







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