Torquato Tasso - Opera Omnia >>  Gerusalemme liberata CANTO IX  <--  *  -->  CANTO XI    
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CANTO DECIMO

[ Riassunto ]


1

Cos dicendo ancor vicino scorse
un destrier ch'a lui volse errante il passo;
tosto al libero fren la mano ei porse
e su vi salse, ancorch'afflitto e lasso.
Gi caduto il cimier ch'orribil sorse,
fasciando l'elmo inonorato e basso;
rotta la sopravesta, e di superba
pompa regal vestigio alcun non serba.

2

Come dal chiuso ovil cacciato viene
lupo talor che fugge e si nasconde,
che, se ben del gran ventre omai ripiene
ha l'ingorde voragini profonde,
avido pur di sangue anco fuor tiene
la lingua e 'l sugge da le labra immonde,
tale ei se 'n ga dopo il sanguigno strazio,
de la sua cupa fame anco non sazio.

3

E come sua ventura, a le sonanti
quadrella, ond'a lui intorno un nembo vola,
a tante spade, a tante lancie, a tanti
instrumenti di morte alfin s'invola,
e sconosciuto pur camina inanti
per quella via ch' pi deserta e sola;
e rivolgendo in s quel che far deggia,
in gran tempesta di pensieri ondeggia.

4

Disponsi alfin di girne ove raguna
oste s poderosa il re d'Egitto,
e giunger seco l'arme, e la fortuna
ritentar anco di novel conflitto.
Ci prefisso tra s, dimora alcuna
non pone in mezzo e prende il camin dritto,
ch sa le vie, n d'uopo ha di chi il guidi
di Gaza antica a gli arenosi lidi.

5

N perch senta inacerbir le doglie
de le sue piaghe, e grave il corpo ed egro,
vien per che si posi e l'arme spoglie,
ma travagliando il d ne passa integro.
Poi quando l'ombra oscura al mondo toglie
i vari aspetti e i color tinge in negro,
smonta e fascia le piaghe, e come pote
meglio, d'un'alta palma i frutti scote;

6

e cibato di lor, su 'l terren nudo
cerca adagiare il travagliato fianco,
e la testa appoggiando al duro scudo
quetar i moti del pensier suo stanco.
Ma d'ora in ora a lui si fa pi crudo
sentire il duol de le ferite, ed anco
roso gli il petto e lacerato il core
da gli interni avoltoi, sdegno e dolore.

7

Alfin, quando gi tutto intorno chete
ne la pi alta notte eran le cose,
vinto egli pur da la stanchezza, in Lete
sop le cure sue gravi e noiose,
e in una breve e languida quiete
l'afllitte membra e gli occhi egri compose;
e mentre ancor dormia, voce severa
gli inton su l'orecchie in tal maniera:

8

-- Soliman, Solimano, i tuoi s lenti
riposi a miglior tempo omai riserva,
ch sotto il giogo di straniere genti
la patria ove regnasti ancor serva.
In questa terra dormi, e non rammenti
ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva?
ove s gran vestigio del tuo scorno,
tu neghittoso aspetti il novo giorno? --

9

Desto il Soldan alza lo sguardo, e vede
uom che d'et gravissima a i sembianti
co 'l ritorto baston del vecchio piede
ferma e dirizza le vestigia erranti.
-- E chi sei tu, -- sdegnoso a lui richiede
-- che fantasma importuno a i viandanti
rompi i brevi lor sonni? e che s'aspetta
a te la mia vergngna o la vendetta? --

10

-- Io mi son un -- risponde il vecchio -- al quale
in parte noto il tuo novel disegno,
e s come uomo a cui di te pi cale
che tu forse non pensi, a te ne vegno;
n il mordace parlare indarno tale,
perch de la virt cote lo sdegno.
Prendi in grado, signor, che 'l mio sermone
al tuo pronto valor sia sferza e sprone.

11

Or perch, s'io m'appongo, esser de vlto
al gran re de l'Egitto il tuo camino,
che inutilmente aspro viaggio tolto
avrai, s'inanzi segui, io m'indovino;
ch, se ben tu non vai, fia tosto accolto
e tosto mosso il campo saracino,
n loco l dove s'impieghi e mostri
la tua virt contra i nemici nostri.

12

Ma se 'n duce me prendi, entro quel muro,
che da l'arme latine intorno astretto,
nel pi chiaro del d prti securo,
senza che spada impugni, io ti prometto.
Quivi con l'arme e co' disagi un duro
contrasto aver ti fia gloria e diletto;
difenderai la terra insin che giugna
l'oste d'Egitto a rinovar la pugna. --

13

Mentre ei ragiona ancor, gli occhi e la voce
de l'uomo antico il fero turco ammira,
e dal volto e da l'animo feroce
tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.
-- Padre, -- risponde -- io gi pronto e veloce
sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira.
A me sempre miglior parr il consiglio
ove ha pi di fatica e di periglio. --

14

Loda il vecchio i suoi detti; e perch l'aura
notturna avea le piaghe incrudelite,
un suo licor v'instilla, onde ristaura
le forze e salda il sangue e le ferite.
Quinci veggendo omai ch'Apollo inaura
le rose che l'aurora ha colorite:
-- Tempo -- disse -- al partir, ch gi ne scopre
le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre. --

15

E sovra un carro suo, che non lontano
quinci attendea, co 'l fer niceno ei siede;
le briglie allenta, e con maestra mano
ambo i corsieri alternamente fiede.
Quei vanno s che 'l polveroso piano
non ritien de la rota orma o del piede;
fumar li vedi ed anelar nel corso,
e tutto biancheggiar di spuma il morso.

16

Maraviglie dir: s'aduna e stringe
l'aer d'intorno in nuvolo raccolto,
s che 'l gran carro ne ricopre e cinge,
ma non appar la nube o poco o molto,
n sasso, che mural machina spinge,
penetraria per lo suo chiuso e folto;
ben veder ponno i duo dal curvo seno
la nebbia intorno e fuori il ciel sereno.

17

Stupido il cavalier le ciglia inarca,
ed increspa la fronte, e mira fiso
la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca
veloce s che di volar gli aviso.
L'altro, che di stupor l'anima carca
gli scorge a l'atto de l'immobil viso,
gli rompe quel silenzio e lui rappella,
ond'ei si scote e poi cos favella:

18

-- O chiunque tu sia, che fuor d'ogni uso
pieghi natura ad opre altere e strane,
e spiando i secreti, entro al pi chiuso
spazii a tua voglia de le menti umane,
s'arrivi co 'l saper, ch' d'alto infuso,
a le cose remote anco e lontane,
deh! dimmi qual riposo o qual ruina
ai gran moti de l'Asia il Ciel destina.

19

Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte
far cose tu s inusitate soglia,
ch se pria lo stupor da me non parte,
com'esser pu ch'io gli altri detti accoglia? --
Sorrise il vecchio, e disse: -- In una parte
mi sar leve l'adempir tua voglia.
Son detto Ismeno, e i Siri appellan mago
me che de l'arti incognite son vago.

20

Ma ch'io scopra il futuro e ch'io dispieghi
de l'occulto destin gli eterni annali,
troppo audace desio, troppo alti preghi:
non tanto concesso a noi mortali.
Ciascun qua gi le forze e 'l senno impieghi
per avanzar fra le sciagure e i mali,
ch sovente adivien che 'l saggio e 'l forte
fabro a se stesso di beata sorte.

21

Tu questa destra invitta, a cui fia poco
scoter le forze del francese impero,
non che munir, non che guardar il loco
che strettamente oppugna il popol fero,
contra l'arme apparecchia e contra 'l foco:
osa, soffri, confida; io bene spero.
Ma pur dir, perch piacer ti debbia,
ci che oscuro vegg'io quasi per nebbia.

22

Veggio o parmi vedere, anzi che lustri
molti rivolga il gran pianeta eterno,
uom che l'Asia orner co' fatti illustri,
e del fecondo Egitto avr il governo.
Taccio i pregi de l'ozio e l'arti industri,
mille virt che non ben tutte io scerno;
basti sol questo a te, che da lui scosse
non pur saranno le cristiane posse,

23

ma insin dal fondo suo l'imperio ingiusto
svelto sar ne l'ultime contese,
e le afflitte reliquie entro uno angusto
giro sospinte e sol dal mar difese.
Questi fia del tuo sangue. -- E qui il vetusto
mago si tacque, e quegli a dir riprese:
-- O lui felice, eletto a tanta lode! --
e parte ne l'invidia e parte gode.

24

Soggiunse poi: -- Girisi pur Fortuna
o buona o rea, come l su prescritto,
ch non ha sovra me ragione alcuna
e non mi vedr mai se non invitto.
Prima dal corso distornar la luna
e le stelle potr, che dal diritto
torcere un sol mio passo. -- E in questo dire
sfavill tutto di focoso ardire.

25

Cos gr ragionando insin che furo
l 've presso vedean le tende alzarse.
Che spettacolo fu crudele e duro!
E in quante forme ivi la morte apparse!
Si fe' ne gli occhl allor torbido e scuro,
e di doglia il Soldano il volto sparse.
Ahi con quanto dispregio ivi le degne
mir giacer sue gi temute insegne!

26

E scorrer lieti i Franchi, e i petti e i volti
spesso calcar de' suoi pi noti amici,
e con fasto superbo a gli insepolti
l'arme spogliare e gli abiti infelici;
molti onorare in lunga pompa accolti
gli amati corpi de gli estremi uffici,
altri suppor le fiamme, e 'l vulgo misto
d'Arabi e Turchi a un foco arder ha visto.

27

Sospir dal profondo, e 'l ferro trasse
e dal carro lanciossi e correr volle,
ma il vecchio incantatore a s il ritrasse
sgridando, e raffren l'impeto folle;
e fatto che di novo ei rimontasse,
drizz il suo corso al pi sublime colle.
Cos alquanto n'andaro, insin ch'a tergo
lascir de' Franchi il militare albergo.

28

Smontaro allor del carro, e quel repente
sparve; e presono a piedi insieme il calle
ne la solita nube occultamente
discendendo a sinistra in una valle,
sin che giunsero l dove al ponente
l'alto monte Sin volge le spalle.
Quivi si ferma il mago e poi s'accosta
quasi mirando, a la scoscesa costa.

29

Cava grotta s'apria nel duro sasso,
di lunghissimi tempi avanti fatta;
ma disusando, or riturato il passo
era tra i pruni e l'erbe ove s'appiatta.
Sgombra il mago gli intoppi, e curvo e basso
per l'angusto sentiero a gir s'adatta,
e l'una man precede e il varco tenta,
l'altra per guida al principe appresenta.

30

Dice allora il Soldan: -- Qual via furtiva
questa tua, dove convien ch'io vada?
Altra forse miglior io me n'apriva,
se 'l concedevi tu, con la mia spada. --
-- Non sdegnar, -- gli risponde -- anima schiva,
premer co 'l forte pi la buia strada,
ch gi solea calcarla il grande Erode,
quel c'ha ne l'arme ancor s chiara lode.

31

Cav questa spelonca allor che porre
volse freno a i soggetti il re ch'io dico,
e per essa potea da quella torre,
ch'egli Antonia appell dal chiaro amico,
invisibile a tutti il pi raccrre
dentro la soglia del gran tempio antico,
e quindi occulto uscir de la cittate
e trarne genti ed introdur celate.

32

Ma nota questa via solinga e bruna
or solo a me de gli uomini viventi.
Per questa andremo al loco ove raguna
i pi saggi a conciglio e i pi potenti
il re ch'al minacciar de la fortuna,
pi forse che non de, par che paventi.
Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci,
poi movi a tempo le parole audaci. --

33

Cos gli disse, e 'l cavaliero allotta
co 'l gran corpo ingombr l'umil caverna,
e per le vie dove mai sempre annotta
segu colui che 'l suo camin governa.
Chini pria se n'andr, ma quella grotta
pi si dilata quanto pi s'interna,
s ch'asceser con agio e tosto furo
a mezzo quasi di quell'antro oscuro.

34

Apriva allora un picciol uscio Ismeno,
e se ne gian per disusata scala
a cui luce mal certo e mal sereno
l'aer che gi d'alto spiraglio cala.
In sotterraneo chiostro al fin venieno,
e salian quindi in chiara e nobil sala.
Qui con lo scettro e co 'l diadema in testa
mesto sedeasi il re fra gente mesta.

35

Da la concava nube il turco fero
non veduto rimira e spia d'intorno,
e ode il re fra tanto, il qual primiero
incomincia cos dal seggio adorno:
-- Veramente, o miei fidi, al nostro impero
fu il trapassato assai dannoso giorno;
e caduti d'altissima speranza,
sol l'aiuto d'Egitto omai n'avanza.

36

Ma ben vedete voi quanto la speme
lontana sia da s vicin periglio.
Dunque voi tutti ho qui raccolti insieme
perch'ognun porti in mezzo il suo consiglio. --
Qui tace, e quasi in bosco aura che freme
suona d'intorno un picciolo bisbiglio.
Ma con la faccia baldanzosa e lieta
sorgendo Argante il mormorare accheta.

37

-- O magnanimo re, -- fu la risposta
del cavaliero indomito e feroce
-- perch ci tenti? e cosa a nullo ascosta
chiedi, ch'uopo non ha di nostra voce?
Pur dir: sia la speme in noi sol posta;
e s'egli ver che nulla a virt noce,
di questa armiamci, a lei chiediamo aita,
n pi ch'ella si voglia amiam la vita.

38

N parlo io gi cos perch'io dispere
de l'aiuto certissimo d'Egitto,
ch dubitar, se le promesse vere
fian del mio re, non lece e non dritto;
ma il dico sol perch desio vedere
in alcuni di noi spirto pi invitto,
ch'egualmente apprestato ad ogni sorte
si prometta vittoria e sprezzi morte. --

39

Tanto sol disse il generoso Argante
quasi uom che parli di non dubbia cosa.
Poi sorse in autorevole sembiante
Orcano, uom d'alta nobilt famosa,
e gi ne l'arme d'alcun pregio inante;
ma or congiunto a giovanetta sposa,
e lieto omai di figli, era invilito
ne gli affetti di padre e di marito.

40

Disse questi: -- O signor, gi non accuso
il fervor di magnifiche parole,
quando nasce d'ardir che star rinchiuso
tra i confini del cor non pu n vle;
per se 'l buon circasso a te per uso
troppo in vero parlar fervido sle,
ci si conceda a lui che poi ne l'opre
il medesmo fervor non meno scopre.

41

Ma si conviene a te, cui fatto il corso
de le cose e de' tempi han s prudente,
impor col de' tuoi consigli il morso
dove costui se ne trascorre ardente,
librar la speme del lontan soccorso
co 'l periglio vicino, anzi presente,
e con l'arme e con l'impeto nemico
i tuoi novi ripari e 'l muro antico.

42

Noi (se lece a me dir quel ch'io ne sento)
siamo in forte citt di sito e d'arte,
ma di machine grande e violento
apparato si fa da l'altra parte.
Quel che sar, non so; spero e pavento
i giudizi incertissimi di Marte,
e temo che s'a noi pi fia ristretto
l'assedio, al fin di cibo avrem difetto.

43

Per che quegli armenti e quelle biade
ch'ieri tu ricettasti entro le mura,
mentre nel campo a insanguinar le spade
s'attendea solo, e fu alta ventura,
picciol esca a gran fame, ampia cittade
nutrir mal ponno se l'assedio dura;
e forza pur che duri, ancor che vegna
l'oste d'Egitto il d ch'ella disegna.

44

Ma che fia, se pi tarda? Or s, concedo
che tua speme prevegna e sue promesse;
la vittoria per, per non vedo
liberate, o signor, le mura oppresse.
Combattremo, o buon re, con quel Goffredo
e con que' duci e con le genti istesse
che tante volte han gi rotti e dispersi
gli Arabi, i Turchi, i Soriani e i Persi.

45

E quali sian, tu 'l sai, che lor cedesti
s spesso il campo, o valoroso Argante,
e s spesso le spalle anco volgesti
fidando assai ne le veloci piante;
e 'l sa Clorinda teco ed io con questi
ch'un pi de l'altro non convien si vante.
N incolpo alcuno io gi, ch vi fu mostro
quanto potea maggiore il valor nostro.

46

E dir pur (bench costui di morte
bieco minacci e 'l vero udir si sdegni):
veggio portar da inevitabil sorte
il nemico fatale a certi segni,
n gente potr mai, n muro forte
impedirlo cos ch'al fin non regni;
ci mi fa dir (sia testimonio il Cielo)
del signor, de la patria, amore e zelo.

47

Oh saggio il re di Tripoli, che pace
seppe impetrar da i Franchi e regno insieme!
Ma il Soldano ostinato o morto or giace,
or pur servil catena il pi gli preme,
o ne l'essiglio timido e fugace
si va serbando a le miserie estreme;
e pur, cedendo parte, avria potuto
parte salvar co' doni e co 'l tributo. --

48

Cos diceva, e s'avolgea costui
con giro di parole obliquo e incerto,
ch'a chieder pace, a farsi uom ligio altrui
gi non ardia di consigliarlo aperto.
Ma sdegnoso il Soldano i detti sui
non potea omai pi sostener coperto,
quando il mago gli disse: -- Or vuoi tu darli
agio, signor, ch'in tal materia parli? --

49

-- Io per me -- gli risponde -- or qui mi celo
contra mio grado, e d'ira ardo e di scorno. --
Ci disse a pena, e immantinente il velo
de la nube, che stesa lor d'intorno,
si fende e purga ne l'aperto cielo,
ed ei riman nel luminoso giorno,
e magnanimamente in fero viso
rifulge in mezzo, e lor parla improviso:

50

-- Io, di cui si ragiona, or son presente,
non fugace e non timido Soldano,
ed a costui ch'egli codardo e mente
m'offero di provar con questa mano.
Io che sparsi di sangue ampio torrente,
che montagne di strage alzai su 'l piano,
chiuso nel vallo de' nemici e privo
al fin d'ogni compagno, io fuggitivo?

51

Ma se pi questi o s'altri a lui simle,
a la sua patria, a la sua fede infido,
motto osa far d'accordo infame e vile,
buon re, sia con tua pace, io qui l'uccido.
Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile
e le colombe e i serpi in un sol nido,
prima che mai di non discorde voglia
noi co' Francesi alcuna terra accoglia. --

52

Tien su la spada, mentre ei s favella,
la fera destra in minaccievol atto.
Riman ciascuno a quel parlar, a quella
orribil faccia, muto e stupefatto.
Poscia con vista men turbata e fella
cortesemente inverso il re s' tratto:
-- Spera, -- gli dice -- alto signor, ch'io reco
non poco aiuto: or Solimano teco. --

53

Aladin, ch'a lui contra era gi sorto,
risponde: -- Oh come lieto or qui ti veggio,
diletto amico! Or del mio stuol ch' morto
non sento il danno; assai temea di peggio.
Tu lo mio stabilire e in tempo corto
puoi ridrizzar il tuo caduto seggio,
se 'l Ciel no 'l vieta. -- Indi le braccia al collo,
cos detto, gli stese e circondollo.

54

Finita l'accoglienza, il re concede
il suo medesmo soglio al gran niceno.
Egli poscia a sinistra in nobil sede
si pone, ed al suo fianco alluoga Ismeno,
e mentre seco parla ed a lui chiede
di lor venuta, ed ei risponde a pieno,
l'alta donzella ad onorar in pria
vien Solimano; ogn'altro indi seguia.

55

Segu fra gl'altri Ormusse, il qual la schiera
di quegli Arabi suoi a guidar tolse;
e mentre la battaglia ardea pi fera,
per disusate vie cos s'avolse
ch'aiutando il silenzio e l'aria nera
lei salva al fin nella citt raccolse,
e con le biade e con rapiti armenti
aita porse a l'affamate genti.

56

Sol con la faccia torva e disdegnosa
tacito si rimase il fer circasso,
a guisa di leon quando si posa,
girando gli occhi e non movendo il passo.
Ma nel Soldan feroce alzar non osa
Orcano il volto, e 'l tien pensoso e basso.
Cos a conciglio il palestin tiranno
e 'l re de' Turchi e i cavalier qui stanno.

57

Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti
avea seguiti, e libere le vie,
e fatto intanto a i suoi guerrieri estinti
l'ultimo onor di sacre essequie e pie;
ed ora a gli altri impon che siano accinti
a dar l'assalto nel secondo die,
e con maggiore e pi terribil faccia
di guerra i chiusi barbari minaccia.

58

E perch conosciuto avea il drapello,
ch'aiut lui contra la gente infida,
esser de' suoi pi cari ed esser quello
che gi segu l'insidiosa guida,
e Tancredi con lor, che nel castello
prigion rest de la fallace Armida,
ne la presenza sol de l'Eremita
e d'alcuni pi saggi a s gli invita;

59

e dice lor: -- Prego ch'alcun racconti
de' vostri brevi errori il dubbio corso,
e come poscia vi trovaste pronti
in s grand'uopo a dar s gran soccorso. --
Vergognando tenean basse le fronti,
ch'era al cor picciol fallo amaro morso.
Al fin del re britanno il chiaro figlio
ruppe il silenzio, e disse alzando il ciglio:

60

-- Partimmo noi che fuor de l'urna a sorte
tratti non fummo, ognun per s nascoso,
d'Amor, no 'l nego, le fallaci scorte
seguendo e d'un bel volto insidioso.
Per vie ne trasse disusate e torte
fra noi discordi, e in s ciascun geloso.
Nutrian gli amori e i nostri sdegni (ah! tardi
troppo il conosco) or parolette, or guardi.

61

Al fin giungemmo al loco ove gi scese
fiamma dal cielo in dilatate falde,
e di natura vendic l'offese
sovra le genti in mal oprar s salde.
Fu gi terra feconda, almo paese,
or acque son bituminose e calde
e steril lago; e quanto ei torpe e gira,
compressa l'aria e grave il puzzo spira.

62

Questo lo stagno in cui nulla di greve
si getta mai che giunga insino al basso,
ma in guisa pur d'abete o d'orno leve
l'uom vi sornuota e 'l duro ferro e 'l sasso.
Siede in esso un castello, e stretto e breve
ponte concede a' peregrini il passo.
Ivi n'accolse, e non so con qual arte
vaga l dentro e ride ogni sua parte.

63

V' l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti
gli alberi e i prati e pure e dolci l'onde,
ove fra gli amenissimi mirteti
sorge una fonte e un fiumicel diffonde:
piovono in grembo a l 'erbe i sonni queti
con un soave mormorio di fronde,
cantan gli augelli: i marmi io taccio e l'oro
meravigliosi d'arte e di lavoro.

64

Apprestar su l'erbetta, ov' pi densa
l'ombra e vicino al suon de l'acque chiare,
fece di sculti vasi altera mensa
e ricca di vivande elette e care.
Era qui ci ch'ogni stagion dispensa,
ci che dona la terra o manda il mare,
ci che l'arte condisce; e cento belle
servivano al convito accorte ancelle.

65

Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso
temprava altrui cibo mortale e rio.
Or mentre ancor ciascuno a mensa assiso
beve con lungo incendio un lungo oblio,
sorse e disse: `Or qui riedo.' E con un viso
ritorn poi non s tranquillo e pio.
Con una man picciola verga scote,
tien l'altra un libro, e legge in basse note.

66

Legge la maga, ed io pensiero e voglia
sento mutar, mutar vita ed albergo.
(Strana virt) novo pensier m'invoglia:
salto ne l'acqua, e mi vi tuffo e immergo.
Non so come ogni gamba entro s'accoglia,
come l'un braccio e l'altro entri nel tergo,
m'accorcio e stringo, e su la pelle cresce
squamoso il cuoio; e d'uom son fatto un pesce.

67

Cos ciascun de gli altri anco fu vlto
e guizz meco in quel vivace argento.
Quale allor mi foss'io, come di stolto
vano e torbido sogno, or me 'n rammento.
Piacquele al fin tornarci il proprio volto;
ma tra la meraviglia e lo spavento
muti eravam, quando turbata in vista
in tal guisa ne parla e ne contrista:

68

`Ecco, a voi noto il mio poter' ne dice
`e quanto sopra voi l'imperio ho pieno.
Pende dal mio voler ch'altri infelice
perda in prigione eterna il ciel sereno,
altri divenga augello, altri radice
faccia e germogli nel terrestre seno,
o che s'induri in scelce, o in molle fonte
si liquefaccia, o vesta irsuta fronte.

69

Ben potete schivar l'aspro mio sdegno,
quando servire al mio piacer v'aggrade:
farvi pagani, e per lo nostro regno
contra l'empio Buglion mover le spade.'
Ricusr tutti ed aborrr l'indegno
patto; solo a Rambaldo il persuade.
Noi (ch non val difesa) entro una buca
di lacci avolse ove non che luca.

70

Poi nel castello istesso a sorte venne
Tancredi, ed egli ancor fu prigioniero.
Ma poco tempo in carcere ci tenne
la falsa maga; e (s'io n'intesi il vero)
di seco trarne da quell'empia ottenne
del signor di Damasco un messaggiero,
ch'al re d'Egitto in don fra cento armati
ne conduceva inermi e incatenati.

71

Cos ce n'andavamo; e come l'alta
providenza del Cielo ordina e move,
il buon Rinaldo, il qual pi sempre essalta
la gloria sua con opre eccelse e nove,
in noi s'aviene, e i cavalieri assalta
nostri custodi e fa l'usate prove:
gli uccide e vince, e di quell'arme loro
fa noi vestir che nostre in prima foro.

72

Io 'l vidi, e 'l vider questi; e da lui porta
ci fu la destra, e fu sua voce udita.
Falso il romor che qui risuona e porta
s rea novella, e salva la sua vita;
ed oggi il terzo d che con la scorta
d'un peregrin fece da noi partita
per girne in Antiochia, e pria depose
l'arme che rotte aveva e sanguinose. --

73

Cos parlava, e l'Eremita intanto
volgeva al cielo l'una e l'altra luce.
Non un color, non serba un volto: oh quanto
pi sacro e venerabile or riluce!
Pieno di Dio, rapto dal zelo, a canto
a l'angeliche menti ei si conduce;
gli si svela il futuro, e ne l'eterna
serie de gli anni e de l'et s'interna.

74

e la bocca sciogliendo in maggior suono
scopre le cose altrui ch'indi verranno.
Tutti conversi a le sembianze, al tuono
de l'insolita voce attenti stanno.
-- Vive -- dice -- Rinaldo, e l'altre sono
arti e bugie di femminile inganno.
Vive, e la vita giovanetta acerba
a pi mature glorie il Ciel riserba.

75

Presagi sono e fanciulleschi affanni
questi ond'or l'Asia lui conosce e noma.
Ecco chiaro vegg'io, correndo gli anni,
ch'egli s'oppone a l'empio Augusto e 'l doma
e sotto l'ombra de gli argentei vanni
l'aquila sua copre la Chiesa e Roma,
che de la fra avr tolte a gli artigli;
e ben di lui nasceran degni i figli.

76

De' figli i figli, e chi verr da quelli,
quinci avran chiari e memorandi essempi;
e da' Cesari ingiusti e da' rubelli
difenderan le mitre e i sacri tmpi.
Premer gli alteri e sollevar gli imbelli,
difender gli innocenti e punir gli empi,
fian l'arti lor: cos verr che vle
l'aquila estense oltra le vie del sole.

77

E dritto ben che, se 'l ver mira e 'l lume,
ministri a Pietro i folgori mortali.
U' per Cristo si pugni, ivi le piume
spiegar de sempre invitte e trionfali,
ch ci per suo nativo alto costume
dielle il Cielo e per leggi a lei fatali.
Onde piace l su che in questa degna
impresa, onde part, chiamato vegna. --

78

Qui dal soggetto vinto il saggio Piero
stupido tace, e 'l cor ne l'alma faccia
troppo gran cose de l'estense altero
valor ragiona, onde tutto altro spiaccia.
Sorge intanto la notte, e 'l velo nero
per l'aria spiega e l'ampia terra abbraccia;
vansene gli altri e dan le membra al sonno,
ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno.


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Torquato Tasso - Gerusalemme liberata", a cura di Lanfranco Caretti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979







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